"I risultati mostrano una relazione generale: dove i sedimenti si accumulano rapidamente, gli orizzonti fossiliferi tendono a rappresentare intervalli temporali dell’ordine di decenni o secoli", spiega Scarponi. "Dove l’accumulo di sedimenti è lento, invece, i resti presenti nello stesso strato possono provenire da organismi vissuti a migliaia di anni di distanza gli uni dagli altri, o da intervalli ancora più lunghi".
Tra i fattori considerati, la velocità di accumulo dei sedimenti è quindi il fattore chiave che consente di prevedere, in prima approssimazione, la risoluzione temporale di un’associazione fossile marina. Gli studiosi sottolineano che questa relazione non sostituisce la datazione diretta dei singoli resti scheletrici (che rimane il metodo più preciso); permette però di ottenere una stima anche nei numerosissimi casi in cui datare molti esemplari sarebbe troppo costoso, difficile o impossibile.
"Sapere quanto tempo è racchiuso in un deposito fossilifero non è un dettaglio tecnico: è il punto di partenza per interpretare correttamente le informazioni che esso preserva", conclude Scarponi. "Questa ricerca è una prima tappa verso lo sviluppo di uno strumento che permetta di passare da una generica consapevolezza del ‘mescolamento temporale’ a una stima concreta della risoluzione degli archivi fossili marini".
Lo studio è stato pubblicato su PNAS con il titolo “Sediment accumulation rate predicts the temporal resolution of marine fossil assemblages”. Per l’Università di Bologna ha partecipato Daniele Scarponi, professore al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali.