Guardando invece alla nostra specie, i ricercatori hanno osservato che i cacciatori-raccoglitori preistorici di Homo sapiens - che percorrevano lunghe distanze con piedi scalzi o con calzature morbide - mostravano calcagni con caratteristiche di robustezza più simili a quelle dei Neanderthal rispetto alle popolazioni postindustriali moderne.
Gli individui vissuti negli ultimi secoli, infatti, hanno calcagni decisamente più gracili, a causa di uno stile di vita sedentario e dell'uso abituale di calzature rigide e chiuse. Questo perché l'uso di scarpe con suole rigide tende a limitare i movimenti di inversione ed eversione del piede, irrigidendo la caviglia: un chiaro segno di gracilizzazione scheletrica dovuta a una drastica riduzione degli stimoli biomeccanici naturali.
"La morfologia del nostro scheletro non è solo il prodotto di un rigido programma genetico, ma anche il riflesso delle sollecitazioni fisiche e delle nostre abitudini di vita quotidiane", spiega Belcastro. "I risultati di questo studio offrono quindi un contributo fondamentale per comprendere meglio come i nostri antenati si muovessero nel loro ambiente naturale e aprono affascinanti prospettive di dialogo tra l'antropologia evoluzionistica e l'ortopedia clinica".
Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Human Evolution con il titolo “Neanderthal’s heel: How the Neanderthal’s external calcaneal shape uniquely differs from that of modern humans”. La ricerca è stata guidata da Rita Sorrentino (oggi professoressa presso l'Università di Palermo ma attiva all'Università di Bologna dal 2015 al 2026) e coordinata dalla professoressa Maria Giovanna Belcastro (Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell'Università di Bologna), insieme a un team multidisciplinare che include altri studiosi dell'Alma Mater (il professor Stefano Benazzi, Carla Figus e Teresa Nicolosi per il Dipartimento di Beni Culturali, i professori Michele Conconi e Nicola Sancisi per il Dipartimento di Ingegneria Industriale), e dell'IRCCS Istituto Ortopedico Rizzoli (Claudio Belvedere e Alberto Leardini per il Laboratorio di Analisi del Movimento e Valutazione Funzionale Protesi).