Le scansioni hanno permesso di osservare l’interno della frattura, evidenziando come il tessuto osseo spugnoso si sia completamente riorganizzato e rimodellato per preservare la funzionalità dei muscoli dell’arto anteriore. La frattura si è risaldata, ma l’osso è rimasto in parte disallineato: è diventato più corto rispetto a quello di un animale sano, mentre si è enormemente sviluppata la parte di articolazione con il muscolo della spalla, per compensare la rottura. Secondo i ricercatori, per sopravvivere dopo l’infortunio il leone ha affrontato condizioni molto difficili.
"Questo lavoro dimostra il valore scientifico che il patrimonio museale può ancora offrire alla ricerca contemporanea, soprattutto grazie alle moderne tecniche di analisi che oggi abbiamo a disposizione", spiega Michela Contessi, curatrice della Collezione di Geologia “Museo Giovanni Capellini”.
Assieme a Federico Fanti e Jo de Waele, entrambi professori al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna, i ricercatori hanno promosso e coordinato l’analisi dettagliata del materiale, che è stato datato nei laboratori della National Taiwan University.