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Un ricercatore Unibo tra i finalisti italiani per il Frontiers Planet Prize

Grazie al suo pionieristico studio sull’Alfa diversità delle piante, Francesco Maria Sabatini è fra i tre finalisti italiani per il prestigioso premio assegnato da Frontiers Research Foundation alle migliori ricerche per la sostenibilità


Parco Nazionale di Nightcap, New South Wales, Australia orientale. Il Parco Nazionale ospita alcuni degli ultimi lembi delle ricchissime foreste pluviali di pianura che una volta ricoprivano la regione. È considerata una rappresentazione vivente della vegetazione che più di 180 milioni di anni caratterizzava il supercontinente Gondwana (Foto: F.M. Sabatini)


Fra i tre italiani selezionati per concorrere alla finale del Frontiers Planet Prize c’è Francesco Maria Sabatini, ricercatore al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna. Il suo studio, pubblicato su Nature Communications, ha consentito di creare una mappa che identifica l’Alfa diversità, ossia il numero di specie di piante vascolari osservabili in aree delimitate di varie dimensioni (10 mq, 100 mq, 1000 mq, 1ha) dislocate su tutto il pianeta.

Promosso dalla svizzera Frontiers Research Foundation, il Frontiers Planet Prize punta a sostenere - con tre premi da un milione di franchi - i migliori studi scientifici orientati alla sostenibilità e alla salvaguardia dell’ecosistema terrestre.

L’International Science Council (ISC) - National Representing Body per l’Italia ha scelto Sabatini per rappresentare, con altri due colleghi italiani, il nostro paese in finale. Una giuria internazionale, formata dai cento scienziati più esperti nel campo della sostenibilità e presieduta dal professor Johan Rockström, selezionerà, in occasione della Giornata della Terra di aprile, un campione nazionale per ogni paese partecipante e, in occasione della cerimonia finale del Frontiers Planet Prize di giugno, i tre campioni internazionali che si aggiudicheranno i premi.

La mappa dell’Alfa diversità, ottenuta grazie a un algoritmo di machine-learning calibrato su sPlot, un database collaborativo contenente informazione su più di due milioni di rilievi di vegetazione, è frutto del lavoro di una squadra di 50 studiosi provenienti da 27 paesi coordinata da Sabatini.

Lo studio ha consentito di individuare i principali determinanti climatici, storici e spaziali dell’Alfa diversità su scala globale. Inoltre, ha permesso non solo di localizzare gli hotspot di Alfa diversità, ossia le aree della Terra che ospitano gli ecosistemi con il più alto numero di specie vegetali, ma anche di definire la scala spaziale in cui questa diversità si esprime. Questo ha implicazioni cruciali per la conservazione della biodiversità vegetale: conoscerne la distribuzione spaziale consente, infatti, di definire le strategie più adatte per la sua conservazione.

Fra le zone con la più spiccata Alfa diversità, Sabatini ha individuato la steppa boscosa dell’Europa orientale e della Siberia, l’Asia orientale, Borneo e Nuova Guinea, la costa orientale dell’Australia, il bacino occidentale del Congo, il Madagascar orientale, le Prealpi andino-amazzoniche, la Foresta atlantica del sud America e i Monti Appalachi.