Unibo Magazine

La maggior parte delle isole del Mediterraneo non è presente nei database di distribuzione della biodiversità vegetale: una lacuna importante, che può influire sulle nostre strategie di conservazione degli ecosistemi. A lanciare l’allarme – con un’indagine pubblicata sulla rivista Ecography – è un gruppo di ricerca guidato da studiosi dell’Università di Bologna.

Il lavoro di analisi ha preso in considerazione 2217 isole del Mediterraneo e messo a confronto tre importanti database di biodiversità, per valutare quante e quali specie vegetali fossero presenti. Dai risultati è emerso che soltanto in 790 isole (il 35,6% del totale) sono registrati dati di specie vegetali, mentre le altre sono del tutto assenti dai database.

"Abbiamo visto che ci sono molti dati per grandi isole come Sicilia, Sardegna e Cipro, ma questa disponibilità cala drasticamente per le isole più piccole, che sono in numero molto maggiore e spesso più difficili da raggiungere", spiega Alessandro Chiarucci, professore al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell'Università di Bologna, che ha coordinato lo studio. "Inoltre, aree come le isole nordafricane, quelle circostanti la Sardegna o alcune isole greche e turche risultano carenti di dati nonostante in questi luoghi siano stati realizzati alcuni studi nell’ultimo secolo".

Distribuzione geografica delle isole del Mediterraneo con dati sulla presenza di specie vegetali
Distribuzione geografica delle isole del Mediterraneo con dati sulla presenza di specie vegetali

La nascita delle banche dati sulla biodiversità ha permesso di realizzare grandi progressi nel campo dell'ecologia e nella biogeografia. Avendo a disposizione grandi quantità di dati in modo accessibile e standardizzato è infatti possibile ricostruire e confrontare la distribuzione della biodiversità naturale in molte aree geografiche.

Nonostante il loro grande potenziale, però, i database di documentazione della biodiversità hanno storicamente delle limitazioni, a partire dalla diversa natura dei dati raccolti e dai luoghi stessi di raccolta, che spesso sono solo quelli più facilmente accessibili. La conseguenza è che possono emergere lacune importanti come quella ora evidenziata per le isole del Mediterraneo.

"La carenza di dati botanici per un’area così ricca di biodiversità e intensamente trasformata dall’azione dell'uomo è paradigmatica di quanto poco ancora sappiamo sulla biodiversità di questa regione", dice Chiarucci. "È quindi fondamentale che i ricercatori facciano squadra per colmare queste lacune e salvaguardare lo straordinario scrigno di biodiversità delle isole mediterranee: uno sforzo per il quale sono necessari adeguati finanziamenti alla ricerca".

Gli studiosi sottolineano prima di tutto l'importanza del lavoro di digitalizzazione dei dati storici, come le flore regionali e le registrazioni degli erbari. A questo dovrebbe poi aggiungersi un'azione di aggiornamento regolare, per individuare e segnalare i cambiamenti in corso, in particolare per le specie invasive o aliene di recente introduzione.

"Le campagne sul campo dovrebbero dare priorità alle isole oggi sottocampionate e ai taxa più trascurati", spiega Francesco Santi, dottorando dell'Alma Mater, primo autore dello studio. "Inoltre, un grande aiuto nella raccolta dei dati può arrivare da iniziative di citizen science, guidate dalla validazione di esperti, in particolare per i gruppi di specie sottorilevati o le specie aliene".

Lo studio è stato pubblicato su Ecography, una delle principali riviste scientifiche dedicate allo studio della biodiversità in natura, con il titolo “Plant diversity of Mediterranean islands differ among biodiversity databases”. L'indagine è stata guidata dal gruppo di ricerca BIOME (Biodiversity & MacroEcology) dell'Università di Bologna: Francesco Santi, Riccardo Testolin, Michele Di Musciano, Federico Bombardi, Vanessa Bruzzaniti, Michele Lussu, Sofia Prandelli, Diletta Santovito Piero Zannini e Alessandro Chiarucci.