Unibo Magazine

Affacciato sulla costa del Mar Baltico, al confine tra Polonia e Germania, il Delta del fiume Oder è una delle zone più ricche di biodiversità del nord Europa, con ecosistemi terrestri, marini e d’acqua dolce che si intrecciano in un’unica rete ecologica. Da quest’area, ampia circa 4.700 chilometri quadrati, ogni anno passano centinaia di migliaia di uccelli migratori, che si trovano a convivere con alci, lupi, bisonti europei, trote, foche grigie, cervi, linci, castori, aquile di mare.

Per la sua grande varietà naturalistica, il Delta dell’Oder viene anche chiamato "l’Amazzonia del Nord". Un soprannome forse esagerato, ma non del tutto inadatto se pensiamo che, proprio come l’Amazzonia, questa regione è messa in serio pericolo dalle conseguenze dell’azione dell’uomo: infrastrutture, industrializzazione, inquinamento.

Proprio per questo, da più di dieci anni, studiosi, ricercatori e attivisti sono al lavoro con in mente una parola precisa: “rewilding”, una strategia di gestione ambientale che punta a escludere il più possibile l’intervento umano per lasciare libero spazio ai processi naturali.

“Quando parliamo di rewilding dobbiamo pensare a una sorta di ‘restauro ecologico’ che punta a ripristinare i processi naturali grazie alla riduzione o alla totale esclusione dell’intervento umano”, dice Alessandro Chiarucci, professore al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna, che conosce bene le diverse strategie di conservazione della biodiversità. Tra queste, l’approccio del rewilding sta diventando sempre più popolare, soprattutto nel nord Europa.

“In paesi come Danimarca, Germania, Paesi Bassi o Svezia il rewilding è un processo attivo”, spiega Chiarucci. “Nei territori interessati si agisce sia sui livelli di protezione della natura, limitando al minimo le possibilità di intervento umano, sia con azioni mirate per ripristinare i processi ecologici perduti, ad esempio inserendo grandi erbivori come il cavallo selvatico o il bisonte europeo, oppure con la regolazione dei grandi predatori come l’orso e il lupo”.

Un'aquila di mare codabianca nell'area del Delta dell'Oder
Un'aquila di mare codabianca nell'area del Delta dell'Oder

La pressione antropica e i cicli della natura

Ad operare nell’area del Delta dell’Oder c’è l’associazione tedesco-polacca Rewilding Oder Delta, attiva da più di dieci anni con una visione di lungo periodo, per proteggere la regione e riconsegnarla alla natura.

“Il Delta dell’Oder è un mosaico straordinario di paesaggi diversi e un importante corridoio ecologico per la migrazione di moltissime specie animali”, racconta Peter Torkler, Managing Director di Rewilding Oder Delta. “In quest’area, però, la pressione antropica si fa sentire, tra la costa del Mar Baltico a nord, oggetto di un ricco afflusso turistico, e la città di Stettino sul margine meridionale, una delle più grandi della Polonia”.

A fronte dell’impronta umana crescente, studiosi e attivisti di Rewilding Oder Delta sono al lavoro non solo per proteggere il prezioso ecosistema del Delta dell’Oder, ma per riconsegnare questo grande spazio di biodiversità ai cicli della natura. Da anni sono impegnati con diversi progetti sulla gestione delle acque e la protezione degli ambienti ecologici. E hanno recentemente acquistato un antico edificio industriale per trasformarlo in un centro informazioni sulla biodiversità dell’area.

“Il nostro impegno è pensato per mettere in luce il valore unico della regione”, conferma Torkler. “Per questo, stiamo mettendo in campo una serie di iniziative per promuovere la conservazione e il ripristino degli ecosistemi, lavorando sempre a stretto contatto con gli abitanti locali e i visitatori”.

Il Delta dell'Oder è una delle zone più ricche di biodiversità del nord Europa
Il Delta dell'Oder è una delle zone più ricche di biodiversità del nord Europa

Abbandonati o non utilizzati?

Oltre a questo “rewilding attivo”, alimentato dall’impegno di associazioni, esperti e attivisti, c’è però un altro tipo di rewilding, che non è confinato solo ai paesi del nord Europa. Anzi, se ne possono vedere molti esempi anche in Italia. “Sta accadendo in diverse aree del nostro Appennino”, conferma il professor Chiarucci. “Si tratta di un ‘rewilding passivo’ stimolato dal declino o dalla scomparsa della presenza umana in questi territori”.

In tante zone di collina e di montagna un tempo abitate, la riduzione progressiva dell’attività agricola e di allevamento sta favorendo la rinascita di processi naturali scomparsi da secoli. Sono territori spesso definiti “abbandonati”, ma il suggerimento di chi si occupa di conservazione della biodiversità è di adottare un punto di vista diverso. “Si parla di territori abbandonati – campagne abbandonate, montagne abbandonate – ma non è una definizione corretta: sono spazi, semmai, non utilizzati, non gestiti”, dice Chiarucci. “Il fatto che non ci sia l’azione umana non rende questi ambienti vuoti, anzi: li restituisce ai processi naturali”.

Le riserve naturali sono più resilienti agli effetti del cambiamento climatico
Le riserve naturali sono più resilienti agli effetti del cambiamento climatico

E il cambiamento climatico?

Si stima che circa l’11% del territorio dell’Unione Europea oggetto di attività agricole (più di 20 milioni di ettari) potrebbe non essere più utilizzato dall’uomo entro il 2030. La soluzione spesso evocata per “recuperare” queste zone è quella di piantare alberi, ma secondo gli studiosi Lanhui Wang e Jens-Christian Svenning dell’Università di Aarhus (Danimarca) e Pil Birkefeldt Møller Pedersen dell’Università di Lund (Svezia) il rewilding potrebbe essere un’idea migliore.

“Le aree oggetto di rewilding acquistano una maggiore ricchezza di biodiversità e sono più resilienti agli effetti del cambiamento climatico, rispetto alle zone in cui sono state piantate nuove foreste”, sottolineano in un intervento pubblicato sulla rivista npj Biodiversity. “I progetti di riforestazione hanno mostrato infatti una capacità limitata di mitigazione del cambiamento climatico”.

Il potenziale del rewilding nel contrasto al riscaldamento globale, del resto, è stato confermato anche in Italia, con uno studio realizzato in Toscana. Utilizzando dati satellitari, l’analisi ha messo a confronto le temperature massime estive registrate nella riserva naturale integrale di Poggio Tre Cancelli, nell’area protetta del Parco di Montioni e in alcune foreste produttive adiacenti.

“Nelle riserve naturali integrali, dove l’azione dell’uomo è ridotta al minimo, si registrano temperature massime estive significativamente più basse: circa due gradi in meno rispetto alle foreste produttive”, dice Chiarucci, che ha partecipato allo studio. “Questi dati ci dicono che è urgente rafforzare l’impegno per la conservazione di spazi di territorio indisturbati e favorire la rinascita dei processi naturali”.

Un tipico paesaggio di pascolo alpino
Un tipico paesaggio di pascolo alpino

Parchi naturali e riserve integrali

Parlare di rewilding, infatti, significa parlare anche di parchi naturali e dei diversi livelli di protezione di queste aree: un tema che mette in luce i tanti elementi di complessità legati alla gestione del territorio. “Molte zone che oggi sono aree protette in realtà conservano habitat e ambienti creati dall’attività umana nel corso dei secoli”, spiega Chiarucci. “Pensiamo ad esempio al classico pascolo alpino, con le orchidee, le mucche e le montagne sullo sfondo: oggi può essere un’area protetta che cerca di conservare un paesaggio culturale, ma secoli fa in molti di questi luoghi c’erano habitat diversi e magari coperti da foreste, che sono stati trasformati per fare spazio all’allevamento”.

All’interno delle aree protette, quindi, il rewilding finisce spesso per confliggere con quelli che sono comuni obiettivi di gestione del territorio, come la conservazione degli habitat culturali creati dall’azione dell’uomo.

“Non è pensabile lasciare tutti i parchi naturali completamente in mano all’azione della natura: possiamo però immaginare una quota significativa di territorio da affidare al rewilding”, conferma Chiarucci. “Abbiamo un obiettivo europeo di protezione del 30% delle aree terrestri e marine entro il 2030: sarebbe auspicabile che un terzo di questo territorio protetto, il 10% del totale, sia composto da riserve naturali integrali”.

Un caso storico in questa direzione si trova in Romagna: la riserva naturale integrale di Sasso Fratino, nel cuore del parco nazionale delle Foreste Casentinesi. È stata la prima istituita in Italia: dal 1959 è precluso il libero accesso ed è vietato ogni tipo di interferenza umana sui processi naturali. Il risultato è un bosco con una grandissima diversità di ambienti ecologici e di conseguenza una ricchissima varietà di specie vegetali e animali.

Il parco nazionale delle Foreste Casentinesi ospita la riserva naturale integrale di Sasso Fratino
Il parco nazionale delle Foreste Casentinesi ospita la riserva naturale integrale di Sasso Fratino

Un equilibrio da trovare

L’esclusione totale della presenza umana non può però essere l’unica opzione per attuare azioni di rewilding. In molti casi, anzi, la convivenza tra attività antropica e processi naturali è inevitabile, e per questo il coinvolgimento delle popolazioni locali diventa fondamentale. È quanto sta accadendo nel Delta dell’Oder.

“La sottile differenza tra natura selvaggia e rewilding sta nel trovare un equilibrio che includa anche la presenza umana”, dice Peter Torkler di Rewilding Oder Delta. “Abbiamo a che fare con un paesaggio che è stato plasmato per secoli dall’azione antropica e non possiamo aspettarci che torni immediatamente com’era prima dell’arrivo dell’uomo: dobbiamo lavorare insieme alla popolazione locale per mostrare il valore della biodiversità e per ricostruire i processi naturali”.

L’attività di Rewilding Oder Delta intreccia l’azione di associazioni non governative, istituzioni, proprietari terrieri e agenzie impegnate nell’ecoturismo. Quel paesaggio unico sul Delta dell’Oder, che connette grandi lagune, faggete costiere, zone umide, torbiere e praterie allagate, diventa così sempre più apprezzato e incoraggiato dal pubblico.

Un’indagine realizzata da istituti di ricerca tedeschi e polacchi ha rivelato che la popolazione di entrambi i paesi sarebbe disposta a contribuire per finanziare interventi di rewilding nel Delta dell’Oder, inclusa la reintroduzione di grandi mammiferi erbivori e animali predatori come il lupo. Su quest’ultimo punto, però, gli abitanti delle aree limitrofe sono risultati meno entusiasti. E non c’è da stupirsene: il lavoro di mediazione tra gli spazi della natura e quelli dell’attività umana resta la parte più complessa da affrontare quando si parla di rewilding.

“Questa regione è molto remota, poco abitata e lontana dalle comodità della civiltà moderna”, dice Torkler. “Chi vive qui però coltiva un legame molto forte con questi luoghi: per questo è importante dialogare con loro, per trovare insieme soluzioni che offrano uno spazio sempre maggiore ai processi della natura”.

  • Alessandro Chiarucci

    Alessandro Chiarucci

    Alessandro Chiarucci è professore ordinario al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali. Botanico ed ecologo, si occupa dello studio della biodiversità in ambito macroecologico e biogeografico, con particolare focus sulle comunità vegetali e sul loro ruolo funzionale e strutturale negli ecosistemi terrestri.