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La storia recente ci ricorda che le crisi energetiche non sono eventi eccezionali, ma fenomeni che tornano periodicamente a modificare equilibri e strategie. La Crisi di Suez del 1956, la Guerra dei Sei Giorni del 1967, la Guerra del Kippur del 1973, la Rivoluzione islamica del 1978-1979, la crisi del Golfo del 1990-1991, l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’attuale scenario di tensione e conflitto in Medio Oriente: sono almeno sette gli avvenimenti geopolitici che negli ultimi settant’anni hanno messo in tensione l’approvvigionamento mondiale di energia.

Una ciclicità che ci fa chiedere: che ruolo le fonti energetiche rinnovabili e le nuove tecnologie per la decarbonizzazione possono avere in questi corsi e ricorsi storici? Qual è il loro livello di sviluppo e utilizzo?

Abbiamo provato a rispondere a queste domande con l’aiuto di Ezio Mesini, docente al Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, Ambientale e dei Materiali dell'Alma Mater e presidente del Comitato Carbon Capture Storage (Comitato CCS) del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica.

In un mondo che sta cambiando la transizione non è un interruttore e il passaggio da un modello all’altro richiede tempo e tecnologie mirate. “La Transizione Energetica, deve essere complementare e non sostitutiva. Occorre tenere conto della domanda attuale, che per l'80% è ancora coperta da fonti fossili e questo vale anche per il trasporto e per nuove attività come l'intelligenza artificiale che assorbe grandi quantità di energia. Una sfida urgente a livello globale e in particolare per l'Italia e per l'Europa, è tenere insieme Transizione Energetica, coesione sociale e sviluppo industriale”, ricorda il professor Mesini

Partendo da uno sguardo globale, emerge come gli ultimi anni abbiano visto una crescita record delle energie rinnovabili, trainata soprattutto dal fotovoltaico e dall’eolico. La Cina guida questa espansione, seguita da Stati Uniti, Europa, India e Brasile. Allo stesso tempo, gas, petrolio e carbone restano ancora pilastri del sistema energetico mondiale.

E l’Italia? Nel bilancio energetico complessivo del Paese prevalgono ancora petrolio e gas, mentre nella sola produzione elettrica italiana il peso delle rinnovabili raggiunge ormai circa il 50%. In un solo anno, ad esempio, dal 2023 al 2024 l’idroelettrico è cresciuto del 30%, il solare del 17% e le bioenergie del 7,4%. Le emissioni continuano a diminuire: dai 518 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente del 1990 ai 331 milioni del 2023. Un miglioramento significativo, anche se ancora distante dal traguardo europeo assegnato all’Italia per il 2030 (233 milioni di tonnellate).

Se poi si sposta il focus sul tessuto produttivo, la vera sfida è quella dei settori “hard to abate”, cioè quelle industrie molto energivore (siderurgia, cementifici, cartiere e industria chimica) per le quali oggi non esistono soluzioni alternative capaci di ridurre le emissioni in modo efficace ed economicamente sostenibile. Ed è proprio qui che la Carbon Capture and Storage assume un ruolo centrale. La tecnologia CCS consente di catturare l’anidride carbonica direttamente dai camini industriali, per essere riutilizzata in altri cicli produttivi o stoccata per sempre in profondità nel sottosuolo, impedendo che venga rilasciata in atmosfera. 

L’Italia è oggi uno dei Paesi più attivi in Europa in questo campo grazie al progetto Ravenna CCS, avviato nel 2023. Si tratta di uno dei più grandi hub di stoccaggio del continente, basato sul riutilizzo di giacimenti di gas esauriti nel Mare Adriatico. La fase iniziale ha già dimostrato che è possibile catturare oltre il 90% della CO₂ emessa da un impianto, anche quando presente in concentrazioni molto basse. L’obiettivo è arrivare a 4 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030, fino a un potenziale complessivo di oltre 500 milioni di tonnellate.

“La tecnologia CCS oltre a contribuire alla riduzione delle emissioni, rafforza la resilienza del sistema industriale perché permette ai settori hard to abate di continuare a produrre limitando l’impatto climatico, favorisce il riuso intelligente di infrastrutture e giacimenti esistenti, in un’ottica di economia circolare applicata all’energia,  e apre la strada a modelli di cattura e stoccaggio replicabili anche in altri Paesi, creando veri e propri hub in grado di accogliere CO₂ da diversi territori”, conclude Mesini.

A livello mondiale nel lungo periodo gli scenari più ottimistici prevedono 80–90% di produzione elettrica da rinnovabili, con un contributo variabile del nucleare (6–15%) e un ruolo mirato della Carbon Capture and Storage (CCS) per le emissioni non evitabili, arrivando così alla riduzione di oltre il 90% delle emissioni globali di CO₂.

Insomma, la transizione non risolve la complessità del sistema energetico ma la redistribuisce, rendendolo meno vulnerabile alle tensioni geopolitiche e più orientato a un equilibrio sostenibile. Non stiamo vivendo la fine dell’energia fossile ma la nascita di un nuovo equilibrio: resiliente, attento al clima e aperto all’innovazione. 

  • Ezio Mesini

    Ezio Mesini è professore nel settore Idrocarburi e fluidi del sottosuolo al Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, Ambientale e dei Materiali (DICAM) dell'Università di Bologna. Dal 2017 presiede il Comitato interministeriale per la sicurezza delle operazioni a mare nel settore degli idrocarburi. Dal 2025 presiede il Comitato nazionale per lo sviluppo della cattura e dello stoccaggio geologico della CO2. Affianca all'attività accademica numerosi incarichi istituzionali e consulenze in ambito energetico e minerario.